Di-Versi

“Street Evil n°9″…un racconto Fantasy di Clarissa Paoletti

1 Giu , 2018  

Clarissa Paoletti,  nata in Ancona  il 20 agosto del  2003 vive a Jesi con i suoi genitori e sua    sorella gemella.
Frequenta  il  primo anno del corso di grafica e comunicazione nella sede di Chiaravalle. 
Fin da piccola sua passione è stata leggere e da un paio di anni si è appassionata alla scrittura.

Questo racconto ha come protagonista una donna di nome Shari Alley. Una sera di pioggia, tra lampi e fulmini, dopo un incontro inaspettato Shari   si ritrova a casa sua...morta.

By  Mariangela Ferri

 

STREET EVIL N° 9

Quella sera pioveva a dirotto.

Sentivo l’acqua schizzare via dalle mie scarpe col tacco, avevo i vestiti bagnati fradici.

I miei capelli erano ridotti a degli spaghetti, ed ero infreddolita.

Infatti quella sera faceva freddo e l’unico oggetto che avevo trovato per coprirmi dalla pioggia era il mio foulard, che tenevo sopra la testa per non bagnarmi, invano, visto che aveva fatto l’esatto opposto. Era, infatti, imbrattato di acqua.

Avevo appena attraversato la via di “Street Evil” e stavo correndo per raggiungere la mia piccola casa verso la campagna, quando un uomo che non avevo neanche visto passare mi fermò, invitandomi sotto il suo ombrello rosso, al riparo dalla pioggia.

Indossava uno strano berretto, uno di quei cappelli antichi che usavano solo gli anziani (non che io fossi giovane o tanto meno innovativa), da lì spuntava una ciocca di capelli castani. Era vestito con un cappotto di pelle di coccodrillo (me ne intendevo di vestiti, lavoravo in una boutique di moda non molto conosciuta, l’avevo aperta da poco) che, abbinato al suo cappello, lo faceva assomigliare ad un detective.

In circostanze normali non avrei accettato quell’aiuto, ero una persona molto riservata e diffidente, soprattutto orgogliosa, a maggior ragione quando si trattava di sconosciuti e in quel momento ero decisa a reclinare l’invito.

Un vento gelido mi fece cambiare idea: “Shari Alley”, mi presentai cordialmente, lui non rispose. “La ringrazio per l’invito” provai, ma lo sconosciuto si limitò ad un cenno di assenso con il capo e mi sorrise per rassicurarmi. Per quanto quel sorriso potesse essere sincero e non malintenzionato, non mi fidavo di quell’uomo.

Ma ormai aveva cominciato a incamminarsi nella via in cui mi aveva vista correre e io non potevo far altro che seguirlo.

Le vie erano buie, i lampioni si erano accesi, la pioggia stava per cessare e ormai anche la luna illuminava il cielo scuro.

Eravamo arrivati alla casa numero 9, la mia.

Ma quel senso di inquietudine non mi stava abbandonando. E nonostante l’uomo non promettesse nulla di buono, invitarlo per una tazza di the mi sembrava un gesto abbastanza riconoscente, ero una donna educata e ricambiare il suo favore era il minimo che potessi fare, probabilmente anche lui era infreddolito.

Entrati sulla soglia di casa gli feci posare cappotto e cappello sull’appendiabiti e lo invitai a sedersi. Intanto io andai a prendere un nuovo abito, sentivo molto freddo.

Dopo qualche minuto eravamo i sala a sorseggiare il the caldo preparato dal gentiluomo che avevo davanti.

Ma io sentivo ancora freddo nonostante tutte le finestre fossero chiuse.

Il signore non parlava, ma si limitava a bere ogni tanto, per poi posare la tazza sul tavolo in mogano.

Potei osservarlo molto in quei minuti, mi soffermai soprattutto sui suoi occhi verdi, così familiari, così belli. Mi venne in mente la sera di u estate di 7 anni fa, stavo prendendo il caffè in un bar, ero in montagna, ancora non mi ero ritirata dal mio servizio poliziesco ed ero lì per un indagine. In quei giorni pensavo costantemente ad una minaccia, me ne arrivavano molte, ma quella voce mi era sembrata sicura, determinata, maligna, mi aveva spaventata.

I mie pensieri vennero interrotti da una voce, mi ero dimenticata di essere ancora in compagnia, era la prima volta che sentivo parlare quello sconosciuto: “A cosa pensa agente?” chiese con un ghigno malefico stampato in volto.

Quella voce. Avevo subito riconosciuto quella voce.

Spalancai gli occhi dalla sorpresa, un altro soffio gelido mi attraversò la spina dorsale, diffondendosi in tutto il corpo.

Quella voce.

“Peter” avevo sussurrato in preda al terrore.

Ricordo che mi si appannò la vista, le orecchie cominciarono a bruciarmi e pian piano anche tutto il corpo.

Poi avevo osservato la tazzina di the e senza accorgermene ero morta.

 

Clarissa Paoletti, 1F

Illustrazione di Simone Manfrini

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2 Commenti

  1. Maria De Bonis ha detto:

    Bella storia piaciuta complimenti all autrice

  2. Maria De Bonis ha detto:

    Complimenti all ‘scrittrice letto e piaciuta molto

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